UN’ANIMA RITROVATA NELLA VILLA DI LUCHINO VISCONTI

Un’anima ritrovata nella villa di Luchino Visconti

di Carla Piro

IL GOLFO
IL GOLFO

Un brivido mi percorre nel salire di sera verso La Colombaia illuminata, così arroccata sulla roccia di Forio.

Contemporaneamente un fremito di brezza leggera fa vibrare il bosco di Zaro, in cui la villa sorge silenziosa e dove è sepolto Luchino Visconti, suo storico proprietario.

Nei saloni le imponenti tele di lino di Moreno Bondi (dipinte secondo antica sapienza da un artista che pure ha negli occhi l’arte contemporanea) suggeriscono l’impressione di un consolidato legame fra il luogo e le opere: come fossero qui “da sempre” tanto intima è l’adesione ai temi cari a Visconti (“La caduta degli dei” è il titolo della mostra che ne evoca il ricordo).

Non vi è celebrazione, né “captatio benevolentiae” (tentativo di accattivarsi la simpatia del pubblico), ma solo un “comune denominatore” che assimila l’artista toscano al regista milanese: la capacità di “guardare” con mente attuale al passato, individuando la continuità nel cambiamento (“Bisogna che tutto cambi affinché ogni cosa rimanga uguale”  scriveva Tomasi di Lampedusa ne “Il Gattopardo”).

I corpi potenti dipinti da Moreno Bondi, la definizione della sua pittura ad olio (eseguita in base ad una profonda conoscenza della tecnica di Caravaggio), l’inserimento della scultura in marmo, la cura del particolare e l’attenzione per l’insieme (dal singolo quadro all’intero allestimento), la capacità di elaborare la “memoria” in modo nuovo hanno la medesima forza delle opere viscontiane, toccano uguali “corde” dell’intimo e sollecitano  una profonda riflessione sul senso del mutamento.

Nel passaggio fra passato e presente entrambi si pongono come “uomini del proprio tempo”, ma con la consapevolezza che la propria storia sia costitutiva dell’epoca attuale e che non possa essere negata, se non al “caro prezzo” dello “sradicamento” e della perdita di identità.

Per una “inspiegabile ironia della sorte” sembra che tale “damnatiomemoriae” (la condanna del ricordo) sia il destino toccato alla residenza ischitana del regista (ora restaurata e sede della Fondazione Villa La Colombaia di Luchino Visconti), la quale nel corso degli anni ha subito  l’espoliazione da parte degli eredi, poi depredata dai furti, infine sfregiata dal vandalismo.

Quegli avvenimenti hanno rischiato di impoverire il territorio materialmente e culturalmente per l’incapacità di cogliere il nesso sostanziale fra memoria  e modernità.

“Non siamo per niente delle tabule rase, non siamo per niente degli smemorati senza cultura. Siamo, se lo vogliamo o no, depositi di ricordi”:  tali parole dedicate all’intenso lavoro artistico  ed intellettuale di  Moreno Bondi da Bert Treffers (curatore della mostra “L’Occhio di Escher” a Castel Sant’Elmo di Napoli), interpretano anche il pensiero e la sensibilità viscontiane. “Queste immagini da toccare, scrive dunque il critico- ci assaltano e ci toccano dentro, dimostrando che non c’è scampo: non siamo per niente delle tabulerase..”

Un brivido mi ha percorso ed un fremito ha scosso il bosco di Zaro ela Villa vivificati da un’arte vera, potente, orgogliosa di sé, emozionante e bella.

Il luogo ha “vibrato” di nuova vita, animato da uno spirito forte, quasi Luchino Visconti fosse tornato nel luogo a lui caro, troppo a lungo rimasto senza vita.

Carla Piro