Moreno Bondi

Un sudario terreno ed un enigma angelico per indicare un’elevazione santorale. Bondi apologizza in tal senso l’“addio”, cioè il ritorno a Dio, celebrato da Madre Teresa di Calcutta. Un ritorno definitivo, quanto alla durata, che, tuttavia, non esclude l’esodo, quanto all’intercessione.

Un’opera mediante cui il Maestro mostra le capacità astrattive della ragione umana in termini figurativi. Ogni intuizione muove dal reale per svilupparsi prima nell’immaginazione, poi nella concettualizzazione. In tali penetrali, il reale si scompone e ricompone per farsi segno, cioè rimando a quanto non contiene. Bondi cura il mezzo espressivo, al fine di renderlo evocatore della struttura celata nell’intimo e nel divino. Lo fa con studiati artifici tecnici e profondi contenuti ideologici. È pittore “tradizionale”, in quanto non è illustrativo, non è confuso, non è istintivo. Tradizione significa, allora, congiungimento di forma e contenuto nella sostanzialità dell’opera. La bellezza assume valore universale, rendendo più evidenti i contenuti che però vanno decodificati. Bondi non è immediato. Non lo è per scrupolo comportamentale e per perizia stilistica. Egli vuole, infatti, eliminare il velo onniavvolgente della banalità, facendo intravedere la realtà enigmatica dell’esistenza. Per questo è sempre mitico e sempre sacrale, pur oscillando tra una sacralità pagana immanente ed una cristiana trascendente. Se rigorosamente verginali sono le sue forme contenutische, appetibilmente trasgressive sono le forme apparenti, così da creare un’appagante sperequazione ed un felice paradosso, mediante cui l’attrazione istintiva è obbligata ad una catarsi intellettuale.

Per Bondi il termine “enigma” suggerisce l’approdo alla lingua degli dei, il fausto tentativo di entrare nelle segrete cose e, parimenti, il funesto presagio di non poter comprendere gli arcani. Egli oscilla tra enigma greco ed enigma paolino, mescolando spirito dionisiaco ed apollineo, amore erotico e agapico. Le sue opere, assemblando in modo insolito il naturale con l’artificiale, sono sfida titanica ed umile ricerca, sono opzione platonica e professione cristiana. Lo mostra quest’omaggio a Madre Teresa dall’emblematico titolo Amore. Un sudario che prende le fattezze del sari indossato dalla Santa; un angelo alato che, pur rievocando Icaro, è ascendente; una colonna nera che discende nell’aurora o nel tramonto della vita. Dunque, un enigma che, pur non ripercorrendo gli accostamenti assurdi degli Aforismi, non rinuncia alla retorica arcana della metafora. Opera di egregia connotazione spirituale. Quel sari, ormai svuotato, non è abbandonato. Come le spoglie mortali è già, in parte, elevato dall’angelo quale segno della resurrezione finale. Nel contempo, è eredità che va indossata dai testimoni del risorto.

L’icona induce a ricordare il sepolcro vuoto e il mistero divino. Rievocano la Pasqua: l’oscurità del sepolcro, la reliquia del sudario, la presenza dell’angelo. Il sudario, tuttavia, non è ripiegato; è stato lasciato da chi è volato in cielo. Del resto, non serve ripiegarlo, poiché non è la copertura di un cadavere, ma l’abito per un vivente. Dovrà, perciò, essere ancora indossato, molte volte, fino alla fine dei tempi. L’analogia, infatti, non è equivalenza: Cristo, in quanto primizia, gode definitivamente della sua gloria; i cristiani, in quanto frutti, devono moltiplicarsi per garantire la continuità di tale primizia. In quel sudario stropicciato sono allora impressi turbamenti e disordini di quanti, pur aderendo a Dio, patiscono il mondo. La santità non è imperturbabilità, è passione, è sacrificio. Rimane a garanzia la presenza dell’angelo, colto nel momento in cui afferra il sari elevandolo verso l’alto, simbolo di un paradiso che è già e non ancora. Enigmatico risulta il gioco di luce e tenebre. Lo sfondo è ambivalente tra aurora e tramonto, poiché è segno di morte in questo mondo e di rinascita nell’altro. La colonna nera, che paradossalmente illumina il sudario, indica l’inaccessibilità del mistero. Opposto è anche il gioco tra panneggio reliquiante la Santa e corpo indicante l’angelo. Questo sensibilmente carnale, quello metaforicamente spirituale.

Bondi è un anacoreta che s’avvale di un linguaggio apofantico e apofatico, espressivo ed ineffabile. Elabora un universo simbolico, attraverso cui le intuizioni personali assumono veste culturale e fascino apologetico, così che l’opera è realmente icona, vera immagine di Madre Teresa.

Mons.Carlo Chenis

Già Segretario della Pontificia Commissione dei Beni Culturali