L’arte come rito di passaggio

Moreno Bondi: L’arte come rito di passaggio

di Bert Treffers

ACCORDI di LUCE, Ed. Milenium
ACCORDI di LUCE, Ed. Milenium

Nel catalogo della mostra di Moreno Bondi, intitolato Aforismi e pubblicato a Carrara, nel 2001, accanto alla riproduzione del quadro Eros e Thanatos, si leggono delle parole che esprimono mirabilmente l’essenza della sua arte. Sono prese dal libro di Friedrich Nietzsche, Also sprach Zarathustra (Così parlò Zarathustra): “L’uomo è una corda tesa fra la bestia e l’oltre-uomo. Una corda su un abisso”. L’uomo, così Nietzsche, è “un pericoloso passare dall’altra parte, un pericoloso esser per via, un pericoloso guardarsi indietro, un pericoloso inorridire e arrestarsi”. Poi segue la massima forse più nota di questo libro: “Quel che è grande nell’uomo è che egli è un ponte e non una meta; quel che si può amare nell’uomo è che egli è transizione e tramonto”.

Quel concetto di uomo-ponte ha degli antecedenti strettamente cristiani. Tutta la vita è una continua transizione dalla morte alla vita e dalla vita alla morte. Basta ricordarsi le Coplas del alma que pena por ver a Dios del poeta carmelitano cinquecentesco Giovanni della Croce, dove vita e morte esprimono sempre l’opposto in un ritornello mistico. Morte e vita sono così anche delle metafore. Solo dove i poli si toccano si accende quella scintilla mentis nota dalla letteratura mistica, quella fiamma dell’anima che mette a fuoco tutto e sembra esplodere come la luce stessa che accieca e allo stesso momento illumina le due figure terrificate in un altro dipinto recente di Moreno Bondi, Sussuri.

Luce creata materialmente; parola trasformata in arte, immagine, dunque, dipinta; resa forma, concretizzata: tutto ci parla in un linguaggio di immagini connesse. Segni precisi, figure a metà dimenticate, ma sempre segretamente familiari. Tutte queste immagini dipinte trasmettono una visione del mondo sempre moderno proprio perché ancorato alla nostra cultura in continua transizione, e già al tramonto. Ma non si tratta di una pittura nostalgica. Quest’arte è vigorosa, una prova di forza, coraggiosamente manuale e, allo stesso momento, sapientemente cerebrale. Una pittura colta, dunque, che legge il mondo come se fosse un libro pieno di rivelazioni, un libro in cui le cifre sono apparizioni, segni. Le forme evocate con chiarezza diventano proprio per la loro transitorietà delle visioni ben delineate, immagini circoscritte, durevoli riti di passaggio che non si dimentica mai.

Quell’arte è pur sempre un’arte umana. E’ un altero assalto al cielo da un pittore che ama la terra. E’ un gioco d’azzardo, un volo pericoloso, un acrobatico salto al cielo che finisce, per forza, in un naufragio già annunziato come nel poema felicemente fallito Un coupe de dés, di Mallarmé. Ogni artista è un Ulisse mancato. Icaro è anche un Argonauta, simbolo per eccelenza per il grande pittore tedesco Max Beckmann, del vero artista. Far arte era ed è pur sempre un viaggio indietro, un ritorno al cielo perduto. Per Hans von Marées (1837-1887), pittore tedesco che viveva a Roma, l’artista è come quel Ganimede rapito da Giove. Anche Michelangelo trattava il tema del ragazzo divino rapito al cielo. “In sogno mi parea veder sospesa / Un’aquila nel ciel con penne d’oro, /Con l’ale aperte ed a calare intesa”, così Dante nel Purgatorio (IX, 19-24). Anche lui vede in una visione come Ganimede “fu ratto al sommo concistoro”. Rimasto in terra, vede come l’amore viene dal cielo e rapina l’amante. E quel tema platonicamente rinascimentale insegna che tale rapimento crea un raptus erotico, un raptus d’amore, un’estasi creativa squisitamente spirituale. In Senza dimenticanza una figura che si raddoppia nell’Altro appena visibile e seduto accanto a lui, ha perso la testa in un drappo di una fattura estremamente sofisticata. E’ un drappo vestale: nasconde, ma nascondendo, rivela. Rivela che queste due figure non sono che una sola. Sanno già dove vanno. Non vogliono dimenticarsi. La memoria le salva dall’anonimato. Si ricordano il loro passato. Vedono dentro di sé una stella di pietra implosa che torna ne La forma del vento.

Nell’officina dell’arte tutto rimanda a tutto. La mano è un attrezzo mentale. Dipingendo, ogni pittore cammina dentro di sé. Solo così è capace di immaginare il mondo. Mettendo mano al quadro, sparisce nell’atto divino. E vola. Fra Spazio e Forma nasce quel Pegaso che non è altro che l’Anghelos ancora umano.

Anche la sensualità è un mezzo divino. Nella carne si tocca la mente. Le cose prendono fiato. Parlano in una lingua che consiste di una catena di motivi in continua trasformazione. Quell’arte racconta. Tutto il dramma umano, le folli aspirazioni, le speranze le più disperate, prendono forma. Sono schegge, quei dipinti quasi antichi. Il poter fare, il gioco d’artificio, il giocare con il fuoco che brucia in Enigma è un gioco pericoloso, e spesso fatale. La tecnica, quella maestranza dell’arte crea uno spazio artificiale in cui si viaggia senza fatica dall’alto in basso e dal basso in alto. La profondità del nero dietro Amore è di una impenetrabile fluidità. E’un mare del nero; mare del sangue coagulato: l’assenza addirittura del buio. Solo armato di ali l’angelo greco con delle piume carnose può vincere quella che pesa.

In Tramonto ad oriente il corpo ravvisato si disintegra. Cade a pezzi. E’ da rifare. Ogni materia vive ispirata dall’intelletto. Solo il vento diventa nel quadro intitolato La forma del vento forma, appunto. L’ispirazione divina fa spirare la pietra che sotto il colpo del fuocoso martello produce la sua forma innata. Il corpo si sta liberando: “Non ha l’ottimo artista alcun concetto / c’un marmo solo in sé non circonscriva / col suo superchio, e solo arriva la man che ubbidisce all’intelletto”, così Michelangelo nelle Rime. Scolpire è un atto divinatorio; l’operatore divino, ogni artista sprigiona se stesso. Ma in fondo, anche nell’arte le ali rimangono sempre speranze. Incapaci del volo, si spiegano solo in un soffio, magari divino. Nella carne troppo carnale perché dipinta, dorme la morte.

In Come eroso da un vento di mare il corpo si perde di nuovo. Espira. Anche la pietra cade a pezzi. Scricchiolando si fende, si disintegra e ritorna al caos di prima. L’inizio e la fine si abbracciano in un circolo vizioso. Ne Il silenzio del nulla, dietro una griglia di strisce piene di una materia amorfa, si vede una figura che alza le braccia. E’ il fratello di Icaro, quell’Icaro che sta ancora in terra, ma la cui caduta è già prevista. Quella figura mezzo divina perché alata con arte, spalleggia la maschera di una donna che vive di lui. E’ della sua carne. Gli occhi chiusi, la bocca con le labbra gonfie sensualmente, dorme. E sogna.

In Centauromachia l’uomo si veste da cavallo e appartiene così di nuovo alla natura che con fatica aveva domato. Ridiventa la bestia che era. Nascondendosi nelle teste che porta come se fossero due elmi indefinibilmente legati, si sdoppia per ritrovare se stesso. L’Icaro è un Centauro volante; diventa in volo un Pegaso dietro le barre. Finto, anch’esso: é teatrale. Maschera: ma di che cosa, di chi? L’arte è ibrida: l’artista si taglia in due, ricollegando i pezzi in mostre divine.

In questa arte l’alba non spunta mai ad oriente. Anche la luce nella creazione occulta nasconde dove all’imbrunire Pegaso viene disfatto dalla ragione. Solo nell’ombra brucia la fiamma. Solo la notte accende l’incendio fuocoso. Soltanto la promessa del volo fa crescere delle ali con cui si può attraversare se stesso. Tutto vola al buio. Liberandosi, ogni forma si disintegra in Tramonto ad oriente. Tutto cio che esiste è. Come in Eros e Thanatos, tutto ciò che esiste consuma la propria morte. Con piede steso, Amore è pronto. Ma niente si muove ancora. L’equilibrio è ancora perfetto. Ma quell’amore che ci minaccia con la sua bellezza, è un amore soltanto sospeso. Le piume delle ali sono sazie di luce. Il drappo di un satin quasi carnale, è una stoffa oniricamente reale. Le cose rese da questo pittore illusionista con un naturalismo barocco, sono troppo artificiali per essere vere. Tutto ciò che si vede in questo quadro è troppo presente per essere qui, a portato di mano. In fondo è qualcos’altro. Evocato con un magico naturalismo, la materia diventa un sipario sacro. E anche l’angelo terribilmente sospeso nell’aria in cui nulla si muove, chi è? Nel suo non muoversi la sua figura di carne ed ossa diventa enigma. Ma in Enigma, l’amore ha delle ali di pietra. Sono ancora staccate; non fanno parte del corpo caldo e greco. Ma basta legarle e quell’efebo invertito si alza; gli omeri sono già gonfi dal vento promesso. Aspetta ancora. Appena creato, si ricorda il fuoco divino in cui anch’esso una volta bruciava. Liberato dalla Prigione in cui il pittore si è rinchiuso sognando l’arte, tutto diventa leggero. Nella Forma dell’acqua il fondo si scioglie. E scorre. Una figura caravaggesca di uomo, nuda, vista di spalle, nasconde ancora la faccia. Ma anche lui scoprirà che solo con l’immergersi nell’acqua, nel vento, nel movimento, nel mondo, nel tempo, troverà l’illusoria salvezza. Solo l’inganno del volo sognato può liberarci. Spinto dall’eros si getta nel vivo: mosso, si muove. Eterno Narciso scopre che anch’esso è una transizione perenne. Anche qui l’arte di Bondi parla una lingua colta, dimenticata da molti, ma sempre forte ed efficace. Ritrovando una mitologia diventata finzione, racconta con chiarezza la storia di se stesso. Tramite una tematica figurativa coerente, leggibile per chi vuole, e con l’aiuto di un’arte che è ancora potente tecnicamente, il mondo diventa di nuovo vissuto come in una visione. Tutti gli esseri sapientemente ricostruiti di una mitologia personale, tutte queste figure di Eros, Pegaso, Icaro, anche gli angeli, sospesi o no nello spazio fittizio del quadro, raccontano la nostra favola. Sono maschere come noi. Accoppiati poeticamente, uniti nell’eros in una sola visione di cui i quadri rivelano soltanto frammenti separati, tutti questi fantasmi sono autentiche rivelazioni di ciò che vogliamo spesso dimenticare. Tutto il bestiario immaginario, tutte queste creature rifatte sono immagini parlanti in un silenzio interrotto da un dialogo muto in cui ognuno parla di sè. Quei quadri ermetici solo in apparenza, sono delle formule magiche con cui tutto si trasforma in tutto. Dipinti con una tecnica ritrovata e neo-tradizionale, quell’arte appella direttamente ai sensi. Eroticamente aggressiva, ci minaccia con le sue forme potenti. Queste immagini da toccare, ci assaltano e ci toccano dentro, dimostrando che non c’è scampo: non siamo per niente delle tabulae rase, non siamo per niente degli smemorati senza cultura. Siamo, se lo vogliamo o no, depositi di ricordi. Tante immagini dormono in noi, aspettando il tocco magico di un vero pittore per tornare alla vita e aiutarci a ritrovare, anche noi, la nostra Ultima Beatrice di memoria dantesca in una commedia trasparente perché riconosciuta anch’essa arte divina.

 

Bert Treffers