Il vaso di Pandora

IL VASO DI PANDORA.

Vi ricordate il mito di Pandora? Quando Zeus se la prese con Prometeo che aveva plasmato l’uomo dall’argilla, per ripicca, affidò il compito di dar forma alla donna ad Efesto che la modellò con la terra e l’acqua. Allora tutti gli dei decisero di farle ognuno un dono e per questo venne chiamata Pandora. Atena le conferì l’attitudine ai lavori domestici, Afrodite le donò la bellezza ed Ermes le regalò l’astuzia. Quest’ultimo, poi, la condusse da Epimeteo che non poté fare a meno d’invaghirsene, nonostante gli avvertimenti di suo fratello Prometeo. Bisogna sapere, infatti, che Pandora aveva avuto in dono da Zeus un pithos, ossia un “orcio”, nel quale il dio aveva confinato tutti i mali del mondo. Sollevato il coperchio con curiosità tipicamente femminile, il recipiente lasciò fuggire il suo terribile contenuto e per il mondo si diffusero i malanni, la fatica, l’invidia e quanto di peggio si possa immaginare. Da quel momento, scomparvero dalla vita degli uomini la serenità e la gioia. Ricoperto repentinamente, ma quando ormai era troppo tardi, il vaso intrappolò al suo interno soltanto la Speranza che è fida compagna degli uomini. È questa, infatti, la metafora della condizione umana e delle false illusioni da cui è attraversato il mondo. Quel che sembra bello e attraente come Pandora è, il più delle volte, marcio e corrotto: si taglia la mela più rossa della cesta e, dentro, vi si trova il verme. La vita, perciò, è apparenza, come del resto lo è l’arte che, non di rado, nella manualistica del XVI e XVII secolo ad uso dei pittori, è rappresentata come una donna con lo specchio in mano perché riflette le forme della natura e mostra per vero quel che, in realtà, è soltanto dipinto o scolpito. Moreno Bondi con la sua inarrivabile tecnica e lo scoppio abbacinante dei suoi (perché da lui stesso fabbricati con la sapienza dei procedimenti alchimistici) colori, che solo il suo pennello riesce a domare, ha scoperto il gioco e ce lo racconta. Ha aperto l’orcio della pittura e ne ha fatto uscire gli incubi che tormentano gli uomini da millenni. Come Pandora, però, anche i deliri onirici della pittura di Bondi sono bellissimi e tremendi. Vagano sul bordo di una memoria secolare e nascono dal mescolarsi delle reminiscenze della grecità con gli splendori barocchi, dalle ombre metafisiche che si aggrovigliano alle luci simboliste. Questa bellezza velata e fragile, però, s’incrina appena venga a contatto con la realtà odierna perché è qui e ora che agiscono i mali della Pandora d’oggi. Allora, la grecità trionfante si spezza e le statue di marmo si trasformano in giganti di carne. Tutto appare distorto, allungato, come lo stridore di un violino che non sappia più accordare i toni barocchi d’Artemisia. Sulle enormi tele, stanno ora ombre lunghe che, una volta, erano nette come quelle di De Chirico, ma che adesso sono sfocate, quasi fossero percepite nella nebbia illuminata dal sole simbolista di Khnopff. Questo, allora, è l’universo pittorico di Moreno Bondi: il colto e raffinato sogno di un artista che sbircia sul fondo del pithos di Pandora per scorgervi, nel buio, la speranza.

Marco Bussagli

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Pandora’s Box

Do you remember the story of Pandora? Zeus got angry with Prometheus for fashioning a man out of clay so, for spite, he assigned the task of forming a woman to Hephaestus. The god of fire moulded her out of earth and water. Then all the gods decided they would each bestow a gift on her and that is why she was called Pandora. Pallas Athena granted her an aptitude for the housewifely arts, Aphrodite bestowed beauty upon her, Hermes gave her cunning. Hermes then led her to Epimetheus, who could not stop himself falling in love with her, despite the warnings of his brother Prometheus.

The thing is, Zeus had made Pandora the gift of a pithos, or box, in which he had shut all the world’s ills. With typically female curiosity she lifted the lid, the box loosed its dreadful contents, and misfortune, toil, envy and the worst conceivable ills spread throughout the world.

From that moment on, serenity and joy vanished from the lives of men. The box was rapidly closed, but by then it was already too late; all that remained trapped within it was Hope, which is man’s faithful companion. Actually, this is a metaphor of the human condition and the illusions that span our world. What looks lovely and alluring, like Pandora, is usually tainted and rotten; cut open the reddest apple in the basket and inside it there’s a worm.

Life, then, is a semblance. So too is art which, not uncommonly, in the painters’ manuals of the XVI and XVII century, is depicted as a woman holding a mirror which reflects nature’s forms and proves the reality of what, in fact, is only painted or sculpted.

Moreno Bondi with his incomparable technique and the dazzling explosion of his colours (his, because he uses his understanding of the process of alchemy to make them himself), has unveiled the secret and relays it to us. He has opened the box of painting and released the nightmares that have tormented mankind for thousands of years. The dreamlike vision of Bondi’s painting is, like Pandora, quite beautiful yet terrible. It roves along the border of age-old memories; it springs from a mix of reminiscences of the Hellinistic period and the splendours of the Baroque, from the entanglement of the Metaphysical painters’ shadows with the lights of the Symbolists.

But this veiled, fragile beauty breaks apart as soon as it comes into contact with today’s reality, because this is where the ills of the present day Pandora operate. The triumph of Hellenism fragments and the marble statues are transformed into fleshly colossuses. Everything looks distorted, elongated; like the screeching of a violin, Moreno Bondi’s brush won’t be tuned to the Baroque harmonies of an Artemisia Gentileschi. Across the huge canvases there are long shadows that once would have been clearly defined like those of De Chirico, but now are hazy, as if seen through mist illuminated by the Symbolist sun of a Khnopff. This, then, is the pictorial universe of Moreno Bondi: the cultured, polished imaginings of an artist who casts a sidelong glance into the depths of Pandora’s box and, in its darkness, sees hope.

Marco Bussagli