IL VASO DI PANDORA

 

Ombra scolpita Copertina
IL VASO DI PANDORA
di MARCO BUSSAGLI

Vi ricordate il mito di Pandora? Quando Zeus se la prese con Prometeo che aveva plasmato l’uomo dall’argilla, per ripicca, affidò il compito di dar forma alla donna ad Efesto che la modellò con la terra e l’acqua. Allora tutti gli dei decisero di farle ognuno un dono e per questo venne chiamata Pandora. Atena le conferì l’attitudine ai lavori domestici, Afrodite le donò la bellezza ed Ermes le regalò l’astuzia. Quest’ultimo, poi, la condusse da Epimeteo che non poté fare a meno d’invaghirsene, nonostante gli avvertimenti di suo fratello Prometeo. Bisogna sapere, infatti, che Pandora aveva avuto in dono da Zeus un pithos, ossia un “orcio”, nel quale il dio aveva confinato tutti i mali del mondo. Sollevato il coperchio con curiosità tipicamente femminile, il recipiente lasciò fuggire il suo terribile contenuto e per il mondo si diffusero i malanni, la fatica, l’invidia e quanto di peggio si possa immaginare. Da quel momento, scomparvero dalla vita degli uomini la serenità e la gioia. Ricoperto repentinamente, ma quando ormai era troppo tardi, il vaso intrappolò al suo interno soltanto la Speranza che è fida compagna degli uomini. È questa, infatti, la metafora della condizione umana e delle false illusioni da cui è attraversato il mondo. Quel che sembra bello e attraente come Pandora è, il più delle volte, marcio e corrotto: si taglia la mela più rossa della cesta e, dentro, vi si trova il verme. La vita, perciò, è apparenza, come del resto lo è l’arte che, non di rado, nella manualistica del XVI e XVII secolo ad uso dei pittori, è rappresentata come una donna con lo specchio in mano perché riflette le forme della natura e mostra per vero quel che, in realtà, è soltanto dipinto o scolpito. Moreno Bondi con la sua inarrivabile tecnica e lo scoppio abbacinante dei suoi (perché da lui stesso fabbricati con la sapienza dei procedimenti alchimistici) colori, che solo il suo pennello riesce a domare, ha scoperto il gioco e ce lo racconta. Ha aperto l’orcio della pittura e ne ha fatto uscire gli incubi che tormentano gli uomini da millenni. Come Pandora, però, anche i deliri onirici della pittura di Bondi sono bellissimi e tremendi. Vagano sul bordo di una memoria secolare e nascono dal mescolarsi delle reminiscenze della grecità con gli splendori barocchi, dalle ombre metafisiche che si aggrovigliano alle luci simboliste. Questa bellezza velata e fragile, però, s’incrina appena venga a contatto con la realtà odierna perché è qui e ora che agiscono i mali della Pandora d’oggi. Allora, la grecità trionfante si spezza e le statue di marmo si trasformano in giganti di carne. Tutto appare distorto, allungato, come lo stridore di un violino che non sappia più accordare i toni barocchi d’Artemisia. Sulle enormi tele, stanno ora ombre lunghe che, una volta, erano nette come quelle di De Chirico, ma che adesso sono sfocate, quasi fossero percepite nella nebbia illuminata dal sole simbolista di Khnopff. Questo, allora, è l’universo pittorico di Moreno Bondi: il colto e raffinato sogno di un artista che sbircia sul fondo del pithos di Pandora per scorgervi, nel buio, la speranza.

Marco Bussagli