IL BOZZETTO DALL’IDEA ALL’OPERA

IL BOZZETTO

DALL’IDEA ALL’OPERA

di Carla Piro

LA LUCE E L'OMBRA DI CARAVAGGIO NEL CONTEMPORANEO, MONDADORI
LA LUCE E L’OMBRA DI CARAVAGGIO NEL CONTEMPORANEO, MONDADORI

All’origine delle imponenti tele di lino dipinte ad olio vi è l’idea: un guizzo del pensiero che non è mai fortuito, ma segue la logica della ricerca artistica di Moreno Bondi. Inizialmente l’intuizione della grande opera è appuntata a matita o a china su un piccolo taccuino da viaggio, compagno inseparabile, testimone di progetti e di innumerevoli avventure della mente.

È la fase iniziale, utile per impostare i pesi, sentire le forme, immaginare le dimensioni. Sul “carnet” sono schizzati rapidamente perni, strutture per inserire il marmo nel dipinto, ma anche pensieri, formule di colori, suggerimenti, emozioni dettate dalla scultura.

Quando il concetto ha acquisito fisionomia, allora trova definizione nel bozzetto ad olio, cui seguirà la realizzazione ultima dell’opera. Questo non è affatto un dipinto ridotto, ma è contemporaneamente idea del quadro monumentale e ”modus operandi” (che combina sapientemente elementi capaci di suggerire il grande attraverso il piccolo, il finito tramite l’indefinito).

Moreno Bondi sa che tutto dipende dalla percezione globale dell’osservatore. Quindi non fissa i particolari, ma cerca la visione complessiva. Non scende nella rifinitura descrittiva ed evita il dettaglio; ritiene più importante l’atmosfera in quanto rapporto fra luci, ombre, colore. Non cerca la pennellata minuziosa poiché non si tratta di una miniatura, ma di un quadro piccolo pensato in grande. I tocchi di pennello devono essere sintetici, poiché su una superficie ridotta un forma molto definita perde la propria efficacia. Pochi colpi di colore ben distribuiti devono concentrare la massima emozione e comunicare l’impatto di una composizione importante.

Il bozzetto può essere formalmente diverso dal risultato finale: i particolari non sono determinanti e possono mutare; ma restano fondamentali la struttura, i pesi, le proporzioni, le masse di colore, il rapporto luci ombre. A differenza dell’opera finita, può essere piccolissimo e sperimentare supporti imprevisti (acciaio, tavola, carta) inadatti alle vaste proporzioni. Il rame risulta perfetto poiché, essendo rigido e pesante, non necessita di telaio e la sua superficie liscia rimanda ad una tela tanto estesa da non lasciarne percepire la trama.

In questa fase è possibile saggiare il dialogo fra il piano bidimensionale e la forma tridimensionale, unendo in vari modi (perni, legacci, tarsie) la pittura alla scultura.

Anche quest’ultima non viene definita nei particolari poiché il marmo, per motivi strutturali, non permette le dimensioni minime. “Fondamentale –spiega Moreno Bondi- non è la forma finale, bensì la sensazione dello Statuario, la luminosità del bianco, l’emozione della materia; poiché nel bozzetto, persino una piccola scaglia richiama la scultura vera e propria”.

Carla Piro