MORENO BONDI E LA RISCOPERTA DEL FARE INTERVISTA

MORENO BONDI E LA RISCOPERTA DEL FARE

INTERVISTA

di Alberto Gerosa

GOYA agosto 2006
LA RISCOPERTA DEL “FARE”
Abbiamo iniziato ad occuparci dell’opera dell’artista Moreno Bondi fin dai primissimi passi di GOYA sulla scena editoriale. Nella produzione di Bondi abbiamo infatti riscontrato fin dall’inizio ciò che informa la “missione” – il termine potrà forse sembrare un po’ patetico, ma noi siamo convinti che proprio in questo, in fondo, consista il nostro compito – che noi stessi ci siamo proposti di perseguire: dare il nostro piccolo contributo, attraverso le pagine di GOYA, affinché il pubblico dei non “addetti ai lavori”, dei potenziali fruitori dell’arte che si sono sempre tenuti lontani da essa a causa di un diffuso quanto ingiustificato timore riverenziale, disponesse di un nuovo, efficace strumento critico. Uno strumento per aiutarlo ad orientarsi in un mondo caratterizzato da un tanto affascinante quanto spiazzante “politeismo dei valori” – per dirla con Max Weber –, che tuttavia, a volte, è solamente funzionale ad ammantare con l’aura di un ermetismo quasi “esoterico”, accessibile e comprensibile a una ristretta cerchia di eletti il cui giudizio gode di una pressoché assoluta insindacabilità, opere dietro alle quali non di rado allignano idee ed estetiche rechauffé. Moreno Bondi e la sua arte sono il contrario di tutto ciò: le sue opere ripropongono coraggiosamente il “segreto perduto” – come era solito dire François Truffaut a proposito dei maestri del cinema delle origini rispetto ai registi dell’era del sonoro, ambito diverso da quello in cui opera Bondi, ma nondimeno non privo di eloquenti parallelismi – del “fare” esecutivo degli antichi maestri, ovvero di una tecnica che non si trova in subordine nei confronti dei contenuti, caricandolo tuttavia di una valenza espressiva e simbolica che rendono la produzione bondiana il luogo del manifestarsi di tutte le chimere e i dilemmi dell’umanità, sospesa da sempre tra la dimensione ontogenetica, storica, collocata in un tempo dallo sviluppo lineare, e quella filogenetica, meta-storica, mitico-archetipica, dall’andamento circolare. Memore della riflessione degli esploratori delle profondità della psiche del Novecento, Bondi nelle sue opere mette a tema con tutta la maestria e la drammaticità di un vero depositario dei segreti del mestiere dell’artista figurativo e plastico le eterne inquietudini e le speranze dell’umanità dai suoi albori fino al ventunesimo secolo. Originario di Carrara, docente di Tecniche Pittoriche presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, Bondi è persona molto aperta e disponibile al confronto dialettico, e recentemente ci ha rilasciato la densa intervista che riportiamo di seguito.

Professor Bondi, l’importanza della Sua arte ci sembra risiedere nel recupero di una dimensione universale in controtendenza rispetto al solipsismo imperante nell’arte contemporanea. Come giunge a questo recupero?

Si tratta esattamente di “recupero”, perché io penso che l’arte contemporanea abbia avuto nel secolo scorso una peculiarità rispetto all’intelligenza del lavoro, a discapito della qualità esecutiva, del virtuosismo e del “fare” – come dico io –, spezzando quella che era la tradizione di unire il concetto, l’intelligenza del progetto a un “fare” esecutivo.

Riguardo alla necessità di recuperare la dimensione del “fare”, come dice anche Vittorio Sgarbi nel suo ultimo libro Ragione e passione, l’arte antica era relativamente facile da capire e difficile da fare; invece c’è un’arte moderna che – ahimè – è molto difficile da capire ma molto facile da fare…

Lei dice una cosa molto importante, citando il passo di Sgarbi e la sua riflessione rispetto all’arte del Novecento, più facile da fare che da comprendere. Io aggiungerei una cosa: che l’arte contemporanea attuale, quella del nuovo secolo, dovrà riprendere il filo… ovvero dovrà cercare di costruire e non distruggere. Penso che, forse giustamente, tutte le correnti del Novecento abbiano sempre teso a distruggere la situazione di fatto di un’arte che era […] soverchiante, convenzionale e forse anche accademica, per cui andava superata […]. A questo punto, forse gli artisti saranno obbligati ad avere un atteggiamento diverso, che tenda a ricostruire anziché distruggere. Questo è un passo secondo me importante, ma molto difficile, perché forse non siamo più abituati a costruire nell’arte. Per cui la mia proposta è quella di riunire il momento concettuale – cui noi siamo abituati, proprio per l’esperienza del Novecento – a un “fare” esecutivo che riavvicini anche alla comprensione dell’arte.

La Sua arte è particolarmente scenografica, circostanza dimostrata dal fatto che Lei ha collaborato con un uomo di teatro e regista celebre come Dario Fo…
[…] Sul fatto che il mio lavoro sia scenografico, sono d’accordo, perché comunque l’uso dell’immagine nel mio lavoro è preponderante. Uso sicuramente il corpo come elemento di dialogo e di affermazione di alcuni concetti, di alcune rappresentazioni psicologiche di atteggiamenti che fanno luce sull’interiorità dell’uomo. Nella mia produzione il corpo come esterno di un’interiorità è molto presente e, di conseguenza, inserito nella spazialità quasi metafisica che caratterizza le mie opere, rimanda in effetti molto al teatro e alla scenografia.

Ancora a proposito di teatro e di cinema, ci parli della Sua affinità con Visconti, di cui l’anno scorso a Ischia, in occasione della rassegna “Cinque artisti nei pressi della pietra rossa: sulle tracce di Auden, Walton e Visconti”, ha interpretato così bene il tema “Caduta degli dèi”.
Io sono legato a Visconti sicuramente da un punto di vista estetico: l’eleganza, la bellezza della sua regia, della sua arte mi hanno sempre coinvolto, a tal punto da entrare a far parte anche della mia formazione. “La caduta degli dèi” sicuramente tocca una parte importante del mio lavoro: infatti, rappresento spesso figure che portano il peso dell’esistenza, il peso della società, delle sue forzature e aberrazioni, per cui forse in quel senso siamo molto vicini. La mostra nella villa “La Colombaia” di Ischia è stata pertanto l’occasione di un ricongiungimento di tutto questo sentire e ha creato un momento magico, un’esplosione di emozioni […] anche da parte mia.

A quale nuovo ciclo si sta dedicando in questo periodo?
In questo periodo si sta verificando un passaggio molto importante nel mio lavoro. Sto recuperando quella che è una mia antica formazione. Io vengo da una terra, Carrara, che è legata al marmo; ho sempre vissuto questa realtà, sono stato in contatto con i grandi scultori mondiali, perché venivano a Carrara attirati dalla magia del marmo e della scultura, e di conseguenza è una formazione profonda, la mia, qualcosa che prima o poi doveva riaffiorare. Ho fatto tesoro delle esperienze scultoree e, in questo momento, la scultura comincia a emergere nei miei lavori, addirittura inserita, applicata dentro la pittura.
La pittura fa parte del mio lavoro da trent’anni, vi sono completamente immerso, però la scultura deve riemergere. Così si verifica questo connubio particolare, in virtù del quale la mia pittura accoglie la scultura e la scultura si inserisce nella pittura. Diciamo che fa proprio parte della mia anima, che è duplice… perciò si fondono questi due elementi che normalmente sono divisi, a meno che non andiamo nel passato a individuare momenti di massimo splendore come l’epoca barocca, quando le due discipline si inserivano e si adattavano in maniera complementare e perfettamente armonica. Ed è proprio da qui che è partito lo spunto, tanti anni fa, di recuperare questo stupore che nel barocco aveva raggiunto la massima espressione e usarlo per creare emozioni, per esaltare nello stesso tempo la pittura.

Tutta questa ricerca del “thauma”, della meraviglia, dello stupore sono “funzionali” per il recupero di una dimensione mitica, non storica, archetipica, non espressa da un tempo lineare, bensì da un tempo circolare; ecco, questo fa parte di un Suo disegno filosofico, oltre che estetico? E se sì, a cosa è finalizzato tutto questo?
Semplicemente alla ricerca dell’uomo, nel senso che Lei ha detto benissimo “ciclico”: l’uomo è sempre uguale; cambia tutto intorno a lui, però all’interno egli rimane lo stesso. Le esperienze tecnologiche lo cambiano, ma lo cambiano in maniera esteriore, tangenziale, per cui l’aspetto interiore, che è quello più prezioso, rimane uguale, secondo me. Di conseguenza si può lavorare benissimo in maniera trasversale, recuperando anche le emozioni estetiche dal passato oppure lavorando nel contemporaneo e facendo venir fuori degli aspetti interiori dell’uomo molto particolari e sensibili che chiaramente si modificano rispetto al suo ambiente esteriore. Però tutto ciò ha un’essenza, un fondamento molto antico. Questa circolarità è determinata dal fatto che comunque il “filo rosso” sono le emozioni […]; non ho fatto altro che andare in profondità nelle nostre sensazioni interiori, nel tentativo di far vibrare le corde più intime e di far emozionare davanti all’arte…