ARTE IN

ENIGMI ARCANI

di Giovanni Faccenda

Il progressivo impoverimento culturale della pittura, il suo discusso ruolo e, sempre più spesso, anche la controversa identità, dovuta all’arbitrio dei molti che si cimentano in dispute pretestuose quando non insensate o comunque sterili, porterebbe a guardare con estremo disincanto a uno scenario in cui sempre più rari sono i pittori che tengono in evidenza l’attenzione per il proprio mestiere, tanto che dipingere, come hanno fatto e ci hanno insegnato gli antichi, nel bailamme creato a regola d’arte per confondere e mistificare i reali valori, è diventato il vero gesto d’avanguardia.

Tra i pochi impegnati in questo impervio versante, Moreno Bondi è autore senz’altro da citare. Il carattere complesso e singolare della sua opera, l’aura emblematica che la caratterizza, il ricorso magistrale a una misteriosa quanto nobile mescolanza di resine, oli e pigmenti, così floridi nel sorvegliato impianto cromatico, riescono subito a emancipare un lavoro che mostra ricercate ascendenze classiche e, al tempo stesso, nessun pedissequo allineamento: peculiarità, questa, importante e discriminante, al cospetto, soprattutto, di tante anacronistiche e mal riuscite forme di epigonato.

Quanto di pregiato, al contrario, impreziosisce l’enigmatica iconografia di Bondi è quel mélange di cromie arcane che corroborano i temi nella loro più viscerale e attraente atmosfera evocativa (Accordi di luce, Sussurri), laddove anche il particolare apparentemente meno significante, trasfigurato nella definitiva estensione simbolica, si eleva a immagine potentemente allusiva.

Gli autorevoli esegeti che hanno fin qui accompagnato la coerente evoluzione dell’artista (anche valente scultore), ripercorrendo a ritroso le tappe di un itinerario biografico cominciato all’ombra delle Apuane e al momento stabile in una Roma elettiva, si sono trovati dinanzi a uno analogo, di ordine in questo caso artistico: pertinente è apparso il riferimento alla suggestione dei marmi scolpiti da Michelangelo come alla tensione tipica delle scene in cui impareggiabile resta la cifra stilistica di Caravaggio. Ma serrando il discorso sulla pittura, ecco altre illustri figure, più vicine nel tempo, alle quali riferirsi per stabilire una consanguineità ideale: Böcklin, innanzitutto, e i fratelli de Chirico, Savinio in particolare.

Proprio l’assillo della tecnica, la ricerca che, in epoche diverse, li ha portati a recuperare formule pittoriche passate, costituisce il più evidente legame fra questi tre grandi maestri e Bondi, oggi da considerare come il più diretto discendente di quel simbolismo tardo romantico nel quale già stavano i prodromi della metafisica dechirichiana e del surrealismo saviniano.

Senso di trascendenza, metamorfosi visionarie, sono infatti i segni distintivi di una figurazione incline all’enigma che alligna nelle zone d’ombra partorite da un febbrile immaginario, dove regnano archetipi sfuggenti, incarnazioni ambigue, impronte mimetizzate, a concretare l’idea di un altrove che insorge con fattezze terrestri e luci, diresti, persino spirituali. Sicura, la mano di Bondi si presta a rappresentare un’idea che non conosce tempo, perdura, anzi, nelle inquietudini sotterranee di chi, nell’assenza di certezze, incontra la sua vera odissea quotidiana (Le sirene di Ulisse). L’uomo, meteora inconsistente, si trasforma allora in monumento (Uomo obelisco, Donna obelisco), mentre incupisce l’intonazione di un’allegoria erudita nella quale il ricorso al mito (Centauro) diventa indispensabile per esplicare un retroterra onirico altrimenti confinato ai rebus dell’inconscio.

De Chirico asseriva questo concetto nel 1942: «La pittura è l’arte che più di ogni altra può esprimere le visioni del cervello umano con chiarezza, concretezza ed evidenza. La pittura è quell’arte con cui l’uomo traduce il pensiero astratto in materia concreta, le immagini del suo spirito in opere d’arte visibili e tangibili. I musicisti e i poeti, creando la musica e la poesia, rimangono nel dominio del pensiero. Essi non possono afferrare, toccare e guardare le loro creazioni, mentre il pittore, finito il suo lavoro, ha creato un’opera d’arte che è là davanti a noi evidente, costante, incambiabile. Una bella pittura è un’opera d’arte che si offre all’occhio e allo spirito così come è stata creata.»

Bondi aggiunge del suo: «L’arte non può ridursi a puro concetto (sarebbe filosofia), né solo ad abilità (sarebbe artigianato): non è il pensiero del fare ma il fare del pensiero, in quanto espressione adeguata di questo. La capacità tecnica porti a compimento il concetto e la mente non assecondi le limitazioni del nostro braccio.»

Di nuovo il mestiere al centro di una disputa tornata drasticamente attuale. Tra i pochi che non hanno ceduto alle lusinghe avveniristiche di mezzi espressivi bizzarri e più spesso banali, Bondi continua a distinguersi per l’adesione rigorosa a un vincolo aristocratico che dovrebbe essere per ogni vero artista imprescindibile. Del resto, non potremmo immaginare un altro genere d’impegno di fronte a quadri come i suoi in cui indovini, innanzitutto, la sfida dell’autore con se stesso, l’ansia di chi ha deciso di investigare in quei luoghi della psiche dove la verità resta segreto inarrivabile, la sensibilità compenetrata a una sorta di oscura chiaroveggenza necessaria per distinguere il fenomeno dall’ordinario.

La profondità squisitamente intellettuale che Bondi è riuscito a conferire alla propria opera perdura in un affascinante crescendo di reminescenze dissimulate, fertili laddove il sostrato narrativo appare come sollecitato da inattesi abbandoni nostalgici. Ogni traslato assurge risolutamente a una dimensione ermetica che pervade la stessa pittura, all’improvviso attraversata da nuove elucubrazioni, raccolte, come per incanto, in una larvale evanescenza. Questa prerogativa, ricorrente nei lavori più recenti dell’artista, dove si assiste, fra l’altro, anche a un intrigante processo evolutivo riguardante non solo la poetica (Parole di pietra), sembra alimentare una simultaneità virtuale, nella quale, quanto rappresentato, è sempre colto in una astrusa condizione in divenire, quasi si volesse dar conto di una storia destinata a sorprendere a ogni volgere di pagina.

Ecco, allora, quell’aura di ricercata sacralità sigillare l’avverarsi di mitici accadimenti, in un teorema di mutevoli trepidazioni nel quale sentiamo riecheggiare inquietudini ataviche, sgomenti inconfessabili, un senso di pavido smarrimento che riconduce all’uomo o, meglio, all’idea che di lui abbiamo. Dimentichi del suggerimento di Schopenhauer: «Le scene della nostra vita sono come rozzi mosaici. Guardate da vicino non producono nessun effetto, non ci si può vedere niente di bello finché non si guardano da lontano.»

Verrebbe fatto di usare quella parola, Stimmung, cara agli artisti ispirati come Bondi: in essa, è già racchiuso il caleidoscopio di occulti sottintesi e memorie che rimandano al mondo classico, fino a riemergere nelle pagine di Nietzsche, Kafka e dei nostri (dimenticati) Papini e Landolfi, menti elette capaci di indagare al fondo di strabilianti visioni interiori. E allora in un Angelo caduto, oltre al mito ancestrale di Icaro, avverti una metafora attuale che investe la nostra stessa intimità. Tornano alla mente le parole di Savinio: «Non si vola per accorciare le distanze. Volare è un desiderio metafisico dell’uomo, un sogno, il ricordo di una vita remotissima e mostruosa.»

Se anche per Bondi, oggi, valga la stessa cosa, non sappiamo. Ma di fronte alla sua pittura continuiamo a sentirci come gli attoniti viaggiatori sulla barca che procede lentamente verso l’Isola dei morti, soverchiati da qualcosa di oscuro e immutabile che appartiene a un mondo abitato da una silenziosa magia.