Come in uno specchio di Antonio Paolucci

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ANTONIO PAOLUCCI
(Direttore dei Musei Vaticani,
già Ministro per i Beni Culturali)

Come in uno specchio. La pittura di Moreno Bondi fa pensare ad uno specchio che riflette le icone dell’arte antica. Solo che lo specchio è rotto. Riflette Michelangelo, Caravaggio e i naturalisti del Seicento in disarticolati frammenti. I quali si sovrappongono e si dilatano per anamorfosi. Succede come quando si getta un sasso in una superficie acquatica perfettamente immobile nella quale si rispecchiano gli alberi, le nuvole e il cielo. L’unità della visione si rompe, alberi nuvole e cielo mossi dalle onde concentriche provocate dal lancio del sasso, si agitano, si dilatano, si sovrappongono.

Moreno Bondi ha dedicato anni allo studio delle tecniche pittoriche tradizionali. Conosce come nessuno il mestiere dei maestri dei grandi secoli e sa replicarlo con sapienza mimetica assoluta. Ma “l’ordine” antico (e cioè il sistema di valori che c’è dietro a una pittura di Caravaggio o a una statua di Michelangelo) quello non può trasferirlo nei suoi quadri, perché si tratta di un “ordine” che non appartiene più al suo e al nostro tempo.

Se lo facesse, se tentasse di organizzare i suoi quadri secondo l’ordine antico, non sarebbe più un pittore ma un copista o un “citazionista”. Oppure, se l’ordine antico egli volesse studiare e approfondire in quanto fenomeno scientificamente dominabile, sarebbe uno storico dell’arte. Nell’un caso e nell’altro non un pittore.

Copista o Storico, quindi. Non se ne esce. Il dilemma stritola implacabilmente chi si pone davanti all’arte antica. Ma se uno è un artista, un artista vero come Moreno Bondi e quindi con talento, inquietudini, caparbietà e insoddisfazioni di artista, cosa succede? Cosa succede quando per dar voce al tempo presente interroghi, da artista, i capolavori del passato sapendo bene che in essi ci si può perdere come nello specchio di Narciso oppure che possono per sempre raggelarti come la faccia di Medusa? L’azzardo è grande, la via d’uscita è difficile. La selezione di dipinti introdotta dalle mie righe dimostra che l’azzardo può essere giocato con successo, che la via d’uscita è possibile. Per sfuggire all’incantamento bisogna rompere lo specchio, bisogna gettare un sasso nella fontana di Narciso.

A pensarci bene è quello che ogni visitatore fa quando entra agli Uffizi o al Louvre. Il mondo antico vive dentro di noi perché noi siamo la nostra storia. L’arte del passato arrivata sino ad oggi e conservata nei musei, altro non è se non la storia che si è fatta figura. Tutto questo è vero. Però la storia presente, quella che siamo chiamati a vivere, è profondamente altra dalla storia che ha generato quei capolavori. Sistemi simbolici diversi la governano e ci governano. Ecco allora che le opere dell’arte antica, staccate dal sistema che dava loro significato, possono essere percepite solo per frammenti, per assemblaggi, per enigmi. Il turista che uscendo dal museo compra una cartolina con il dettaglio del quadro celebre opera una selezione, si riconosce nel frammento di uno specchio infranto. E non sa di portare con sé un enigma.

Moreno Bondi invece lo sa. Sa che il mistero abita le grandi opere d’arte, che insondabili enigmi conducono Artemisia e il Centauro, un volto caravaggesco o l’ala d’oca di Gentileschi o del Cagnacci. Sa anche che è privilegio (e consolazione) dell’arte trasfigurare l’ enigma nel sogno e nel mito. “I presagi non esistono. Il destino non ci invia i suoi araldi”. Fa bene il pittore a ricordarcelo citando l’aforisma di Oscar Wilde in epigrafe alla sua “Ultima Beatrice”. Non esistono i presagi e neppure è possibile decifrare con sicurezza i simboli. Che pure esistono tuttavia, sono i vessilli di un ordine sepolto, ma danno ermetiche risposte che rimandano ad altre risposte. Come ci fanno capire i soggetti rappresentati nei dipinti in esposizione.

Grazie all’arte sono possibili, per nostra grande fortuna, l’evocazione mitica e il sogno. La pittura che qui si presenta è evocativa perché fa emergere quello che noi inconsapevolmente siamo (noi siamo gli antichi quadri e le antiche chiese… nessuno ai nostri giorni lo ha capito bene come Pierpaolo Pasolini) ed è onirica perché ci offre l’occasione (le infinite occasioni) del sogno. Che è assemblaggio anamorfico di figure conosciute, però decontestualizzate e ondivaghe nel quadro dello spazio-tempo. Per me, storico dell’arte, la pittura di Moreno Bondi è un approccio all’Antico inedito e affascinante. Per mettere a confronto le sirene del Passato con le inquietudini della Modernità, per passare dalla porta stretta, ci vogliono cuore caldo, mente serena e uno sguardo a lunga posa. Del vittorioso confronto e del passaggio felicemente compiuto, le opere in mostra forniscono lucida testimonianza.

Antonio Paolucci